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venerdì 6 giugno 2008

Bologna 2 agosto 1980: dietro la strage. -Parte2-


Qui, per chi non l'avesse letta, la prima parte.

La prima ipotesi che viene formulata, la prima voce che si diffonde, è che sia scoppiata una caldaia sotto il ristorante. Ci sono anche alcune persone che sembrano essere molto informate, oltre che dotate di una certa autorità, che lo dicono ai giornalisti: è stato un incidente, non mettete in testa alla gente che è stato un attentato. Non ci crede nessuno.

La caldaia sotto il ristorante è ancora lì, e un'esplosione del genere non può essere stata frutto di un incidente. Ventiquattro ore dopo, il 3 agosto, il presidente del Consiglio Francesco Cossiga tiene una conferenza stampa presso il palazzo del Comune di Bologna, e parla di "deflagrazione dolosa". Il procuratore della Repubblica di Bologna, Ugo Sisti, apre un fascicolo per gli articoli 285 e 422 del Codice penale.
Sono quelli di strage.

Fin dall'inizio le indagini si orientano su un'area politica precisa nella quale trovare almeno gli esecutori, se non i mandanti: l'estremismo neofascista.

E' qui che comincia il secondo grande mistero che avvolge la strage alla stazione di Bologna. Il primo è chi e perché, ma un altro grande e inquietante mistero riguarda tutto ciò che accade attorno alle indagini. Sì, perché appena l'inchiesta parte, appena la Procura di Bologna si muove, ecco che arriva una serie infinita di confidenze, pentimenti, scoperte, depistaggi che allargano e restringono le indagini, che si orientano ora su questo ora su quello, nel tentativo di afferrare qualcosa, fermare quanto c'è di vero in mezzo a tante menzogne.

La prima fonte di confusione è una telefonata che attribuisce la responsabilità ai Nar (Nuclei armati rivoluzionari), gruppo terrorista di estrema destra. E' una telefonata molto simile a quella che in precedenza aveva attribuito la strage di Ustica a un neofascista italiano legato ai Servizi segreti francesi, Marco Affatigato, che doveva essere morto nella strage e invece è vivo, a Nizza. Si scoprirà in seguito che a fare le due telefonate è stato l'ufficio Sismi di Firenze, i nostri Servizi segreti. Un depistaggio.

Di più: ci si mette Licio Gelli in persona, il capo della loggia massonica P2. Nella hall dell'hotel Excelsior Licio Gelli parla con Elio Cioppa, capo del centro Sisde II di Roma, anch'egli nella P2. -Ma voi avete sbagliato tutto, -gli dice, -senz'altro la pista è quella internazionale.

Arrivano anche le informative dei nostri Servizi segreti, tante, sicure e confuse: la pista è libanese, no, la pista è spagnola, sono stati gli stessi che hanno fatto saltare una sinagoga a Parigi. Poi accade un altro fatto, forse il più grave di tutti.

Il 13 gennaio 1981, alle 9:26 della mattina, in uno scompartimento di seconda classe dell'Espresso 514 Taranto-Milano, i carabinieri trovano una valigia sospetta. Dentro ci sono un mitra Mab con due caricatori, un fucile da caccia calibro 12, due passamontagna di colore blu, due guanti di gomma e soprattutto otto lattine piene di esplosivo. Attenzione, non un esplosivo qualunque: una miscela di gelatinato più tritolo e T4, il Compound B, identica a quella che ha fatto saltare la stazione di Bologna. I carabinieri non ci sono andati per caso, su quel treno. Hanno seguito una serie di informative che iniziano quattro giorni prima, il 9 gennaio, quando il generale Santovito e Francesco Pazienza hanno consegnato al generale Musumeci, vicecapo del Sismi, un rapporto che si chiama "Terrore sui treni". Nel rapporto c'è scritto che inizieranno una seri di attentati alle linee ferroviarie, organizzati da neofascisti italiani e terroristi francesi e tedeschi. Ancora la pista internazionale. Tutti le questure, i comandi dei carabinieri e gli uffici di polizia si allarmano. L'indomani e il giorno dopo, nuove informative del Sismi. I terroristi tedeschi e francesi sono due, il primo si chiama Raphael Legrand, il secondo Martin Dimitris. C'è anche la descrizione, uno è grosso e l'altro è un po' calvo. Informazioni incredibilmente precise, e infatti, assieme alle armi e all'esplosivo, nella borse si troveranno anche due giornali francesi e uno tedesco, addirittura i biglietti aerei, intestati proprio a Raphael Legrand e Martin Dimitris.
Incredibile precisione. Troppa.

A mettere materialmente la borsa è stato un sottufficiale dell'Arma dei carabinieri.

Un altro depistaggio. A contattare il sottufficiale è stato un colonnello del Sismi, Giovanni Belmonte, che ha agito per conto del suo superiore, il generale Pietro Musumeci, vicecapo del Sismi. Tutti e due sono nella P2 di Licio Gelli.

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sabato 31 maggio 2008

Bologna 2 agosto 1980: dietro la strage. -Parte1-


Ho deciso di ricostruire uno degli eventi più tragici della storia italiana: La Strage di Bologna. Per farlo userò dei frammenti del libro: "Nuovi Misteri d'Italia" di Carlo Lucarelli (I frammenti sono saltuari e non completi per sapere tutta la storia di Lucarelli leggete il libro). Il mio intento è quello di aiutare a non dimenticare e di spronare nuovi pionieri della verità sperando di colpire soprattutto nella fascia giovane di età (come la mia) che in quegli anni non era ancora nata. Visto la complessità dell'argomento farò un post a puntate; creerò una sezione apposita chiamata: "Strage di Bologna" dove raccoglierò tutti gli interventi. Ma bando alle ciance, tenetevi forte... non è una storia qualunque, è la storia di una tragedia che colpisce, ferisce e rimane dentro per sempre. Buona Lettura.

Sala d'aspetto di seconda classe.
2 agosto 1980.
Ore 10:25.
Se ci fosse stato un fotografo sulla porta della sala d'aspetto avrebbe fermato nel tempo l'immagine di una grande sala quadrata, piena di gente e con molti bambini. In una sala d'aspetto la gente "aspetta", sta seduta sulle poltroncine, sulle valigie, e anche in terra. Legge, parla, dorme, fuma, studia i tabelloni con gli orari, entra ed esce. In una sala d'aspetto ci sono bambini che dormono, bambini che corrono e bambini che piangono.

A seconda di dove avesse puntato la macchina, il fotografo avrebbe avuto alcune persone in primo piano e altre sullo sfondo. Se avesse puntato la sua macchina verso la parete accanto la porta avrebbe avuto in primo piano una donna con una bambini.
La donna si chiama Maria Fresu e va in vacanza con la figlia e alcune amiche.

Probabilmente il fotografo avrebbe ripreso Maria Fresu mentre tiene gli occhi su Angela, sua figlia, che non sta mai ferma.

Ha tre anni, è piccolissima, ed è naturale che non stia ferma nella rovente e affollatissima sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, il 2 agosto del 1980, alle ore 10:25.
Una fotografia ferma il tempo per un attimo, giusto il tempo che si chiuda l'otturatore della macchina, poi il tempo continua, va avanti. Le azioni bloccate riprendono. Maria Fresu lascia Angela che corre lontano, verso la porta, e lei deve alzarsi in fretta per correrle dietro, come si fa con i bambini.

Ma quella fotografia no.
Quella fotografia il tempo lo blocca per sempre.
Accanto a Maria Fresu, su un tavolino proprio sotto il muro di fianco la porta, a mezzo metro da terra, c'è una borsa valigia con la cerniera e i piedini metallici.
Lì dentro, dentro la valigia, c'è una bomba che scoppia.


Nel libro a questo punto c'è la narrazione di un filmato d'epoca che riprende il luogo dopo l'esplosione, io voglio sfruttare tutta la forza multimediale del blog e vi inserisco al posto delle parole il filmato in questione. Consiglio di vederlo prima di proseguire.



Ottantacinque.
Saranno ottantacinque i morti della stazione di Bologna. Più duecento feriti. I passeggeri della sala d'aspetto, quelli del treno sul primo binario, gli impiegati negli uffici, la gente al ristorante, persone che passavano per caso, i tassisti, i bambini... è la strage più grande mai avvenuta in Italia in tempo di pace.

Appena si diffonde la notizia della strage, a Bologna, in Italia, in tutto il mondo, chiunque abbia qualcuno che sta stava viaggiando quel giorno, si preoccupa. Cerca di rintracciarlo, cerca notizie e se non ne ha ha paura.

Tra le persone chiamate a Bologna c'è un signore di Roma che si chiama Torquato Secci. Gli hanno detto che suo figlio Sergio è ricoverato all'Ospedale maggiore. Quando arriva in taxi, gratuitamente, perché quei giorni i taxi, gli alberghi, tutta la città è a disposizione dei parenti delle vittime, Toquato Secci trova il figlio Sergio in un letto del reparto rianimazione. E' ustionato e gonfio, coperto di ferite, ha perso un polmone e gli hanno amputato una gamba. Cinque giorni dopo, muore.

E Maria Fresu?
Maria non si trova. Si trovano le amiche dovevano partire in vacanza con lei, e sono morte, c'è Angela, tre anni, morta anche lei, in una delle bare bianche che si usano per i bambini, ma Maria non c'è. Dov'è? Il suo corpo non si trova.
Qualche mese dopo, analizzando qualche frammento trovato sotto il treno che andava a Chiasso, arriverà la risposta. I periti balistici, gli esperti di esplosivo, non ci volevano credere che fosse possibile disintegrare una persona, e invece è possibile, è successo. Di Maria Fresu è rimasto soltanto qualche frammento che viene messo in un'urna e consegnato ai parenti. Una strage come quella della stazione di Bologna può fare anche questo. Non uccide soltanto, può anche far sparire una persona, come se non fosse mai esistita. Almeno materialmente.

Ottantacinque morti e duecento feriti.
Perché?
Come?

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