Come sta messa l’economia italiana? Siamo realmente in ripresa?
L’Italia non è ancora nella situazione della Grecia, con scioperi generali ogni settimana e un cordone sanitario dei paesi dell’Eurozona pronti a comprare titoli di debito pubblico quando i mercati finanziari sentenzieranno che il paese è decotto e non merita più altri prestiti. Però il quadro è poco incoraggiante.
La Banca centrale europea, nel suo bollettino mensile diffuso giovedì, ha chiarito che i paesi con i conti pubblici in dissesto devono avviare una manovra correttiva subito anche “ben oltre lo 0,5 per cento del Pil”, che per l’Italia significherebbe tagliare le spese o aumentare le tasse di almeno 8 miliardi di euro, che equivalgono a poco meno della Finanziaria 2010. Altrimenti si rischia di arrivare con debiti dal costo insostenibile al momento in cui la Bce alzerà il costo del denaro (cioè il tasso di interesse) per contenere l’inflazione. Sempre ammesso che la ripresa economica – tra le sue conseguenze ci sarà un ritorno dell’inflazione – arrivi davvero.
La Banca d’Italia calcola che a febbraio il debito continua a salire (e questa non è una sorpresa) a quota 1.787 miliardi, mentre l’Istat aggiorna ogni mese il dato sul Pil nel 2009: adesso siamo a una stima quasi definitiva di un tracollo del 5,1 per cento.
La Bce è leggermente ottimista sulle prospettive immediate: nel 2010 l’Italia dovrebbe crescere dell’1,1 per cento, poco di più della media dell’Eurozona (uno per cento). Unico problema: la Bce non prevede che ci sia alcuna manovra correttiva sui conti pubblici, visto che – nella migliore delle ipotesi – il deficit passerà dal 5,3 per cento al 5 per cento. E questo espone l’Italia a un elevato rischio di fiducia: se i mercati dovessero spostare la pressione che esercitano sui titoli di Stato greci su quelli italiani (o portoghesi) i rendimenti, cioè il costo per il Tesoro, potrebbero salire al punto da costringere il governo a una stretta superiore a quella che potrebbe attuare oggi. Con il rischio di innescare una nuova recessione, paragonabile a quella cominciata nel 2008.
Unica differenza: le banche e le strutture di supporto finanziario alle imprese, come i Confidi, sono molto più fragili di due anni fa e quindi non riusciranno a sostenere l’economia reale come hanno fatto – con risultati alterni – in questi mesi. (IFQ)
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