• CITAZIONI

  • Quel business per le mafie chiamato immigrazione

    4 febbraio, 2010 by while  
    Categoria News


    Com’è che gridava il nostro amato Pluriprescritto del Consiglio durante la visita a Reggio Calabria? Meno immigrati, meno criminalità? Ridicolo. Invito tutti a leggere questo articolo di Enrico Fierro (IFQ) che dimostra come l’equazione berlusconiana, in realtà, è completamente capovolta. In Calabria è la ‘ndrangheta che vuole e fa entrare illegalmente gli immigrati. La prima azienda del paese ha bisogno di manodopera a prezzi stracciati. La mafia ha bisogno di nuovi schiavi. Buona lettura.

    A ‘NDRANGHETA PER IL RACKET PARLA INDIANO
    Ecco come le cosche fanno entrare (regolarmente) gli immigrati

    di Enrico Fierro

    Quando a Singh chiedono come vive in Italia, lui risponde beffardo. “Bene, da gran signore. Il mio lavoro principale è quello dei documenti, ormai mi sono abituato a guadagnare di più, con gli altri lavori si può solo mangiare”. E guadagnava cifre da capogiro Singh Sher con “i documenti”. I visti falsi che lui e i suoi uomini procuravano ai loro connazionali per sbarcare finalmente in Italia.

    In Calabria Sher aveva capito come funziona: non ti muovi se non ti allei con la ‘Ndrangheta, con i Iamonte di Melito Porto Salvo, e i Cordì, le due cosche entrate nel business dell’immigrazione. Con loro Sher aveva costruito una organizzazione perfetta. Non erano scafisti, gli immigrati non arrivavano sulle coste joniche a bordo di barconi. Quella è roba buona per gli africani o per gli albanesi di una volta. No, gli indiani partivano direttamente da Nuova Delhi, in aereo, con regolari passaporti e regolarissimi permessi di soggiorno.

    C’erano i datori di lavoro che stipulavano contratti fittizi, sindacalisti e mediatori culturali compiacenti, funzionari di Asl e dell’Ispettorato del lavoro ai quali veniva chiesto di chiudere un occhio e loro, volentieri, li chiudevano tutti e due, funzionari di consolati e complici negli aeroporti indiani. Bastava pagare, c’era un tariffario preciso per gli indiani che sognavano l’Europa. Un visto per sei mesi costava 9 lak, 15 mila euro, per 11 mesi da 18 a 25 mila.

    Il business è durato anni e ha fruttato all’organizzazione calabro-indiana 6 milioni di euro. Con i Iamonte e i referenti dei Cordì, Singh Sher trattava alla pari. “Movimenta notevolissime somme di danaro, lui è il capo di tutta l’organizzazione, nel senso che lui è un soggetto trainante di queste cose”, dichiara ai magistrati della Direzione antimafia di Reggio Calabria, Saverio Foti. Foti è un imprenditore agricolo di Melito Porto Salvo, i Iamonte vogliono accaparrarsi la sua azienda, lo riducono sul lastrico, fino a quando riescono a coinvolgerlo nel business dei contratti di lavoro falsi.

    Singh Sher ha un fortissimo ascendente sugli indiani, nelle telefonate lo appellano “Virk”, un vero e proprio blasone, in questo modo in India ci si rivolge a coloro che appartengono al jet-clan, la classe superiore. Il suo è un clan potentissimo, in India controlla, sia politicamente sia economicamente, intere città, ma è presente anche in Pakistan, negli Stati Uniti. In Italia il “trafficante di indiani” ha stabilito ottimi rapporti anche con pezzi delle istituzioni. “Tu puoi fare tutto, puoi anche comprare la Prefettura”, gli dice ammirato un suo complice.

    All’organizzazione collaboravano “pubblici funzionari italiani – scrivono i magistrati dell’antimafia reggina – collocati strategicamente negli uffici amministrativi (Prefettura e Direzione del lavoro) o in organizzazioni sindacali”. Un meccanismo raffinato, ma anche spietato. Per pagare l’organizzazione, i migranti “si indebitano in maniera notevole o vendono tutti i loro beni per far fronte alle ingenti richieste di denaro” degli “scafisti”, i quali molto spesso acquistano direttamente le loro proprietà o i terreni da loro posseduti”.

    Il cartello calabro-indiano non si limitava a vendere contratti di lavoro e permessi di soggiorno farlocchi, ma riciclava anche passaporti. Che i migranti indiani ricevevano da un complice direttamente all’aeroporto di Nuova Delhi, senza passare dall’Ufficio visti. “O Sher consegna falsa documentazione a chi sta per imbarcarsi – scrivono i pm – oppure anche i suoi sodali hanno conoscenze all’interno degli uffici consolari”. Un vorticoso giro di soldi che passava attraverso una banca particolare. Singh Sher è infatti un referente del metodo “hawala”, i circuiti bancari clandestini presenti in Africa, America latina e paesi arabi. Banche parallele dove il danaro circola senza lasciare tracce e senza incorrere nei controlli dell’antiriciclaggio. Ma a guadagnare erano anche gli imprenditori calabresi compiacenti che per danaro si impegnavano a fare richieste di manodopera false. C’è un dato impressionante nell’inchiesta: dal 2007 al 2009 gli indiani assunti in provincia di Reggio Calabria sono 877, 282 di questi hanno lavorato massimo per 3 mesi, il 32% non è arrivato a 10 mesi di lavoro. Per gli indiani la Calabria è terra di passaggio, molti di loro aspirano ad andare in Inghilterra. Anche a questo provvedeva il cartello.


    Forse potrebbero interessarti anche:

    1. La paura di Rutelli per quell’uomo chiamato Gioacchino Genchi
    2. Quell’affare economico chiamato Politica
    3. Il doppio gioco di Berlusconi sull’immigrazione

    Approfondisci cercando sul Web:


    Aiutaci a fare Informazione. Condivi questa notizia:

    Commenti

    2 Risposte su “Quel business per le mafie chiamato immigrazione”
    1. Antonio scrive:

      L’immigrazione non è una risorsa, se non per sfruttatori e mafie. Sfruttamento e vantaggi pe rloro, costi,insicurezza,degrado,delinquenza per tutti. E bast aparlare degli immigrati come se fossero personaggi del libro cuore. Gli italiani sono arcistufi di vedere il paese strapieno di gentaccia, straccioni, despecializzati… e poi ladri,spacciatori,scrocconi di welfare. Belle “risorse” importiamo, mentre i paesi seri questa feccia la mettono alla porta e selezionano rigorosamente (ed è giusto così) ingegneri,medici,informatici,tecnici, operai specializzati. L’immigrazione si sta mostrando per quello che è, un problema che grava sulle spalle di tutti gli italiani, costretti dalla demagogia ad “accogliere” a proprie spese orde di pezzenti che si precipitano nel Paese die fessi per mangiare gratis, distruggere le vittorie delle lotte operaie, delinquere dietro la protezione di buonisti ed antirazzisti. Non se ne può più. L’accoglienza e la solidarietà NON SI IMPONGONO. Sono un moto personale. Chi vuole quindi aiuti quei popoli IN CASA LORO, mandando i propri soldi o recandosi lì di persona, sempre a proprie spese. LO Stato Sociale è per gli italiani, poi magari SE avanza qualcosa… E per chi dice che i migranti non delinquono (o peggio li giustifica con la povertà, roba da matti, di delinquenti da combattere bastano gli autoctoni) si veda i dati delle carceri. Il 38% sono stranieri, mantenuti da Pulcinella. Questo quando gli immigrati sono 5 milioni in Italia. Basta immigrazione, basta caricarci di tutti i poveri della Terra.

    Trackbacks

    Leggi cosa ne pensano i lettori...


    Perche' non esprimi la tua opinione?

    Scrivi cosa ne pensi...
    e se vuoi un avatar personalizzato, scopri gravatar!