1993, il passaggio di testimone tra Bettino Craxi e Silvio Berlusconi
16 gennaio, 2010 by while
Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro. E’ sulla base di questo vero, se pur semplice, principio che ho deciso di aprire una rubrica “storica” - che chiamerò appunto “Un popolo senza memoria” – in Byte Liberi. Proprio in questo periodo, in cui la tempesta di revisionismo si abbatte senza alcuna pietà sul nostro recente passato, questo blog cercherà di raccogliere articoli, interviste, video e stralci di storia politica italiana per conoscere chi eravamo e capire dove stiamo andando.
Rubrica: Un popolo senza memoria
Per il primo appuntamento di questa rubrica, partiamo subito in quarta cercando di ristabilire un po’ di verità “craxiana” attraverso un articolo firmato Gianni Barbacetto apparso su Il Fatto Quotidiano del 16 gennaio 2010.
Corre l’anno 1993, e un Craxi in declino organizza il futuro del paese passando il testimone ad un giovane promettente chiamato Silvio Berlusconi. Buona lettura.
4.4.1993, VIA ALL’EXIT STRATEGY: “FONDA UN PARTITO, USA LE TV E SALVA IL SALVABILE”
di Gianni Barbacetto
È domenica, il 4 aprile 1993. Alle 18, riunione cruciale a villa San Martino di Arcore. Presenti, Silvio Berlusconi, Bettino Craxi e il consulente politico di Marcello Dell’Utri, Ezio Cartotto (che la racconterà). Craxi ha già dieci avvisi di garanzia sul groppone e non è più segretario del Psi. Prende la parola: «Bisogna trovare un’etichetta, un nome nuovo, un simbolo, un qualcosa che possa unire gli elettori moderati che un tempo votavano per il pentapartito». Lunga pausa. Poi guarda Silvio negli occhi: «Con l’arma che tu hai in mano delle televisioni, attraverso le quali puoi fare una propaganda martellante… Ti basterà organizzare un’etichetta, un contenitore. Hai uomini sul territorio in tutta Italia, puoi riuscire a recuperare quella parte di elettorato che è sconvolto, confuso, ma anche deciso a non farsi governare dai comunisti. E salvare il salvabile».
È il passaggio di testimone tra un Craxi già sconfitto e un Berlusconi non ancora deciso, ma certo preoccupato per i debiti del suo gruppo, per le inchieste giudiziarie già avviate sulle sue attività, per la perdita dei suoi referenti politici. Silvio è disorientato. Replica: «Sono esausto. Mi avete fatto venire il mal di testa. Confalonieri e Letta mi dicono che è una pazzia entrare in politica e che mi distruggeranno, che faranno di tutto, andranno a frugare tutte le carte, diranno che sono un mafioso. Che cosa devo fare? A volte mi capita perfino di mettermi a piangere sotto la doccia…».
Nelle settimane seguenti, Dell’Utri vince le resistenze del suo capo. E il 9 dicembre Berlusconi, inaugurando il centro commerciale Le Gru a Grugliasco, nella periferia torinese, dà il primo annuncio della sua discesa in campo: «Sto tessendo una tela». Per impedire che vada al governo la sinistra, malata «di dirigismo e statalismo». Anche la destra, in quel momento, gli sembra inutilizzabile: «Mai parlato di uno schieramento democratico di cui debba far parte il Movimento sociale». Si ricrederà: poche settimane dopo lancia Forza Italia e l’alleanza con l’Msi al sud e la Lega al nord. E il 27 e 28 marzo 1994 vincerà le elezioni. Quando gli storici s’impegneranno sui rapporti politici tra Craxi e Berlusconi, dovranno risolvere il problema delle continuità e delle rotture tra Psi e Forza Italia. Che Bettino sia amico di lunga data di Silvio è certo. Che sia stato indispensabile alla sua crescita imprenditoriale è dimostrato dal decreto che nel 1984 salva le sue tv oscurate dai pretori e dalla legge Mammì del 1990. Che tra i due i rapporti fossero speciali è provato dal fatto che sui conti di Craxi arrivano ben 21 miliardi dalla All Iberian di Berlusconi, qualcosa di più che una semplice tangente.
Eppure, durante le indagini di Mani pulite, Berlusconi non spende una parola per l’amico Bettino e il vecchio sistema dei partiti. Anzi, sta ben attento a non identificarsi con la “vecchia politica corrotta”. I suoi giornali e le sue tv tifano per Antonio Di Pietro. Se ne accorge nel 1993 anche l’avvocato Giuliano Spazzali, difensore di Sergio Cusani. Spazzali intuisce che una buona parte della partita processuale in cui è coinvolto il suo cliente si giocherà in televisione. Infatti il processo Cusani, trasmesso in diretta tv, diventerà il reality di Mani pulite. Così, nel settembre ’93 chiede udienza a Berlusconi e va a trovarlo («per la prima e ultima volta», assicura) ad Arcore. Chiede che le reti Fininvest diano spazio alle ragioni della difesa. Ma Berlusconi non lo ascolta nemmeno. «Non riuscii a infilare più di sei parole», ricorda Spazzali. «Berlusconi, nel suo maglioncino blu, parlò lui per più di un’ora e mezza, ma di tutt’altro argomento: mi spiegò che, nella stanza accanto, si stava lavorando perché c’era la necessità di rifondare le organizzazioni politiche». Berlusconi aveva già deciso che il “nuovo” doveva sostituire il “vecchio” e stava ben attento a non farsi trascinare da Bettino nella tomba della prima Repubblica. Mai andato ad Hammamet, l’amico Silvio. Ingrato? Accorto. Attento a non andare contro l’opinione pubblica che nel 1992-94 sosteneva il rinnovamento di Mani pulite. Poi piano piano la soglia del pudore s’abbassa. Oggi Craxi è da riabilitare e i socialisti (Fabrizio Cicchitto, Giulio Tremonti, Maurizio Sacconi, Renato Brunetta, Margherita Boniver, Giampiero Cantoni…) hanno ruoli importanti dentro il Pdl e dentro il governo. In fondo, l’idea del “contenitore”, a Silvio l’ha data proprio Craxi, quella lontana domenica d’aprile del 1993.
C’è poco da aggiungere a questo articolo se non la famosissima frase del Gattopardo “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!”.
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