Jen Shyu – Raging Waters, Red Sands

In giro per New York, ad un tratto la pioggia si tramuta in neve, gridi di gioia tra la gente in cerca di nessun riparo. Aspetto che arrivi l´ora per giungere ai luoghi in cui ascolterò nuova musica. Esploro il quartiere degli artisti, le strade, insoliti negozi di vera musica accatastata in grandi scatoloni.
Arrivata l´ora, dato il freddo, cerco nervosamente il numero civico. Entro… ambiente lounge, menù sopraffino… ho sbagliato posto! La porticina accanto.
Lunghe scale davanti a me, all´ultimo scalino mi accorgo di essere in un luogo familiare come ne ho visti tanti. Una stanza un po’ allungata che termina con un palco.
Il luogo di chiama Jazz Gallery.
La performance inizia al buio, sibili di voce, parole confuse in cui si scorge la ripetizione di “silence”. Percussioni necessarie suonate a gambe incrociate, viola, vibrafono, clarinetto e voce di Jen Shyu.
Il dio acqua, in un momento d´ira, fa un buco nel cielo.
Il cielo si apre. La pioggia cade come un fiume, sommergendo la terra, mettendo un uomo davanti la scelta di salvare il suo villaggio dall´alluvione o rimanere con sua moglie e il figlio ancora non nato.
Il titolo è Raging water, Red sands (Acqua furiosa, sabbie rosse) un mito moderno basato su un antico racconto dal nome “Shuo-chang” (parla-canta) nozioni di amore, esistenza e dovere universale vs. personale.
Le note prendono forma intrecciandosi con il canto e le parole in diverse lingue (portoghese, mandarino, taiwanese, inglese e tetum), accompagnate da una lentissima danza in cui il movimento prende spazio in ogni singola parte del corpo.
Tempo sospeso, ma legato ai ritmi della terra. Tempo allungato e ristretto in attimi impercettibili. Tempo graffiante e, a seguire, dolce per contrasto. Musica e danza parti dello stesso flusso.
Jen è trasportata dal suono delle parole che hanno echi di note e diventa il tramite tra i gesti del danzatore e le note dei musicisti.
Si racconta di un uomo che per difendere l´onore del padre vuole continuarne l´impresa cercando di salvare il proprio villaggio inondato dall´acqua furiosa. Si parla di un uomo il cui istinto lo conduce alla porta della sua casa, ma l´onore costringe le mani e le parole al silenzio. Si narra di un uomo la cui moglie scorge dietro la porta e a cui parla chiamandolo eroe, dicendogli che suo figlio aveva imparato a camminare e il cui figlio era adesso davanti a lui con gli occhi pieni di lacrime… come quelli di Jen Shyu che con eleganza asciuga lentamente con un fazzoletto di seta rosso.
La storia continua e prende vita sul palco. Jen Shyu si accompagna cantando sui suoni dell´er hu e Satoshi Haga sullo sfondo controlla i gesti e rallenta le sensazioni descrivendole in ogni loro attimo di vita. L´insieme assume una forma inafferrabile e all´apparenza indescrivibile ma il senso che guida la performance ha una sua direzione. Rabbia, disperazione sono descritte lentamente, il cambiamento ha il suo respiro ma è interrotto da frenetiche mancanze di sostegno.
Le acque ribelli sono state finalmente domate, ed alla calma frenetica sopraggiunge la risoluzione definitiva per un eterno riposo.
Il crepuscolo, l´ora rossa… l´uomo diventa sole, la moglie acqua e il figlio si solleva e diventa firmamento… le luci si affievoliscono e pian piano tutto finisce sospeso…
Jen Shyu -- voice, dance, er hu
Satoshi Haga -- choreography, dance
Ivan Barenboim -- clarinet
Chris Dingman -- vibraphone
Mat Maneri -- viola
Satoshi Takeishi -- percussion
Poetry by Patricia Magalhaes
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