E se il governo fosse sotto ricatto della mafia a causa del passato di Berlusconi?
28 novembre, 2009 by while

Nel passato di Silvio Berlusconi c’è qualcosa di oscuro. Si può affermare con tranquillità pensando alla misteriosa e inquietante storia che lo lega ad uno come Vittorio Mangano, mafioso pluriomicida assunto a lavorare da Marcello Dell’Utri nella villa del Presidente del Consiglio.
Dell’Utri, come da sentenza di primo grado, era ben a conoscenza del profilo criminale di Mangano, anzi lo assunse proprio per questo.
Sulla posizione assunta da Marcello Dell’Utri nei confronti di esponenti di “cosa nostra” (…) sulla funzione di garanzia” svolta nei confronti di Silvio Berlusconi, il quale temeva che i suoi familiari fossero oggetto di sequestri di persona, adoperandosi per l’assunzione di Vittorio Mangano presso la villa di Arcore dello stesso Berlusconi, quale “responsabile” (o “fattore” o “soprastante” che dir si voglia) e non come mero “stalliere”, pur conoscendo lo spessore delinquenziale dello stesso Mangano sin dai tempi di Palermo (ed, anzi, proprio per tale sua “qualità”) (Sentenza Dell’Utri)
In un paese normale non potrebbero pendere tali incertezze sulla testa di chi ha in mano il potere esecutivo, sarebbero immediatamente una ghigliottina per la vita pubblica del più insignificante uomo, figuriamoci dell’uomo più potente d’Italia.
Ma nel passato di Berlusconi non c’è solo l’interrogativo Mangano. Molti pentiti stanno cominciando a parlare additando il pluriprescritto come mandante di alcune stragi dal 93 in poi. La teoria difensiva del servo berlusconiano è stata già sfornata: “La mafia ce l’ha con il governo perché il governo la sta combattendo”.
Viene quasi da ridere se non ci trovassimo in un contesto talmente serio e delicato. Come la sta combattendo la malavita organizzata questo governo? A colpi di scudi fiscali che faranno rientrare capitali mafiosi come se piovesse? Oppure facendo in modo che i beni confiscati alla mafia tornino ad essa rimettendoli all’asta?
Un’ipotesi molto più plausibile di quella di stampo berlusconiano è che, a causa del tetro passato di Berlusconi, questo governo sia fortemente ricattabile. Oggi più che mai visto l’aumento – se pur ancora lieve – di attenzione dell’opinione pubblica verso questi fatti.
L’altro giorno, coincidenza vuole, che dai microfoni di radio radicale, arriva quello che ha tutta l’aria di essere un messaggio per cosa nostra. Renato Farina (PDL) denuncia l’inumanità del 41 bis per i mafiosi.
Per lui è solo un atto di carità cristiana. Un gesto umanitario per dare un po’ di conforto a chi soffre. Per gli investigatori, invece, potrebbe essere una sorta di messaggio. O almeno potrebbe essere colto dalla mafia come tale. Come l’ultimo, o il penultimo, segnale nella lunga presunta trattativa tra Cosa Nostra e lo Stato cominciata nel 1992-93 e mai interrotta. Comunque stiano le cose un fatto è certo: fa effetto ascoltare dai microni di Radio Radicale un esponente di peso del Pdl come il neo-parlamentare Renato Farina, chiedersi se davvero il 41 bis, il cosiddetto carcere duro, è una forma di tortura. (Peter Gomez)
Sotto il regime di detenzione speciale 41-bis ci sono ben 82 capi-mafia. E assieme al più celebre di tutti, Totò Riina, c’è anche Giuseppe Graviano, il capo della famiglia mafiosa di Brancaccio, che, secondo il pentito Gaspare Spatuzza, avrebbe concluso intorno al Natale 1993 una sorta di accordo politico con Silvio Berlusconi.
I dubbi allora giustamente si creano. E se la mafia stia in poche parole dicendo: “o rispettate i patti, o fate come diciamo noi, o noi cominciamo a far sapere come sono andate realmente le cose negli anni delle stragi”?
Il Personaggio:
Scrittore, opinionista, ex giornalista, radiato dall’ordine, deputato europeo. Collaboratore del Sismi dal 1999. Nome in codice: Betulla. Questa la carriera di Renato Farina, nato a Desio nel 1954 e grande amico di Vittorio Feltri. Secondo le indagini, nel 2004, riceve da Nicolò Pollari (l’allora direttore del Sismi), tramite Pio Pompa, l’ordine di recuperare da Al Jazeera le immagini dell’esecuzione di Fabrizio Quattrocchi, componente italiano di una compagnia militare privata, rapito e ucciso in Iraq. Sostiene che con il suo operato ha fornito ai servizi segreti informazioni nelle mani dei pubblici ministeri sul rapimento della giornalista de il Manifesto Giuliana Sgrena, tenuta prigioniera in Iraq. Nel giugno del 2006 Pio Pompa chiede a Farina, di scrivere una cronaca contro Romano Prodi (pubblicata poi il 9 giugno 2006), per accusarlo di avere appoggiato la pratica delle extraordinary rendition quando era alla Commissione europea. Il 2 ottobre 2006 l’ordine dei giornalisti lombardo lo sospende per un anno con l’accusa di aver pubblicato notizie false in cambio di denaro dal Sismi. (IFQ)
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Scrittore, opinionista, ex giornalista, radiato dall’ordine, deputato europeo. Collaboratore del Sismi dal 1999. Nome in codice: Betulla. Questa la carriera di Renato Farina, nato a Desio nel 1954 e grande amico di Vittorio Feltri. Secondo le indagini, nel 2004, riceve da Nicolò Pollari (l’allora direttore del Sismi), tramite Pio Pompa, l’ordine di recuperare da Al Jazeera le immagini dell’esecuzione di Fabrizio Quattrocchi, componente italiano di una compagnia militare privata, rapito e ucciso in Iraq. Sostiene che con il suo operato ha fornito ai servizi segreti informazioni nelle mani dei pubblici ministeri sul rapimento della giornalista de il Manifesto Giuliana Sgrena, tenuta prigioniera in Iraq. Nel giugno del 2006 Pio Pompa chiede a Farina, di scrivere una cronaca contro Romano Prodi (pubblicata poi il 9 giugno 2006), per accusarlo di avere appoggiato la pratica delle extraordinary rendition quando era alla Commissione europea. Il 2 ottobre 2006 l’ordine dei giornalisti lombardo lo sospende per un anno con l’accusa di aver pubblicato notizie false in cambio di denaro dal Sismi. (IFQ)
Complimenti per l’articolo,ma soprattutto per il coraggio che hai avuto nel metterlo in rete.Io personalmente mi auguro che alcune cose che ho letto nel tuo articolo non corrispondano al vero per il bene del paese e per tutti coloro che nonostante tutto credono ancora nella politica. – “L’antipolitica non è il contrario della politica,ma il prodotto della cattiva politica.Oggi la vera antipolitica è a Palazzo,è ridotta a difesa di tornaconti personali o di una ristretta nomenclatura.” Citazione tratta dal libro di WILLER BORDON “Perchè sono uscito dalla Casta”.
è cosa certa e sicura che qualche politico che conta sia legato, lui o i suoi portaborse al 100% con la camorra mafia o drangheta: non sono giustificabili certi atteggiamenti della malavita organizzata, vedi ricostruzione dell’Abruzzo, se non hai qualche valido appoggio.