Lezioni nelle scuole affidate all’esercito
22 ottobre, 2008 by while
Generali a scuola e show in piazza la Grande.
Guerra come uno spot.
Articolo sul sito :
Lezioni nelle scuole affidate all’esercito
Intervista ad Angelo del Boca
Liberazione, 21 ottobre 2008
Da ieri ufficiali delle forze armate sono partiti in missione nelle scuole. Saranno gli apostoli del militarismo.
In duecento licei si presenteranno nelle vesti di docenti di storia per impartire agli studenti una lezione sulla Prima guerra mondiale. Per celebrare la vittoria in quella guerra e «risvegliare negli italiani i sentimenti di orgoglio e di unità nazionale», ha detto il ministro della difesa Ignazio La Russa (che ha incassato, caso mai ci fosse bisogno di dirlo, l’adesione della ministra dell’istruzione Gelmini).
Quest’anno il 4 novembre si dilata in un intero week-end (l’8 e il 9) di festeggiamenti, parate, bande militari, simulazioni di assalti e un “concerto tricolore” (a Roma) di Andrea Bocelli. Costo dell’iniziativa solo a Roma: sei milioni di euro.
Nel Novecento la Grande guerra è stata oggetto di un conflitto di memorie.
Da una parte, per dirla in sintesi, una memoria ufficiale, istituzionale costruita sulla retorica patriottica e sul militarismo nazionalista.
Dall’altra, una contro-memoria, un filone letterario e cinematografico imperniato sull’antimilitarismo e sul racconto dell’inettitudine e della macelleria perpetrata dagli alti comandi.
Da quale parte si schiereranno gli ufficiali mandati a fare gli insegnanti di storia nelle scuole è intuibile. Faranno uno spot militarista.
«Saranno preparati? Ne dubito», dice Angelo Del Boca, l’autore di tanti studi sul colonialismo italiano in Africa (il suo nuovo libro che sta per arrivare in libreria è un’autobiografia dedicata al ’900). Ed è anche uno studioso, come lui stesso si definisce, di questioni militari. Della Grande guerra ha parlato in un paragrafo del volume Italiani, brava gente.
Come si può trasformare la Grande guerra in uno spot?
Il ministro della difesa, ed esponente di An, vuole appropriarsi di questa data. E’ come se dicesse: «ecco, ci siamo solo noi che raccontiamo la Grande guerra». Non capisco proprio. Solleverà un gran polverone.
Il 4 novembre è una data già celebrata. Capirei se fosse trascurata, allora qualcuno potrebbe sentire il bisogno di ricordare l’unica guerra che abbiamo vinto. Ma la data è ampiamente celebrata.
A colpirmi più d’ogni altra cosa, però, è che questa iniziativa venga lanciata nelle scuole.
Ci sono tagli su tutto, a cominciare dalla scuola e poi buttano milioni di euro per un’operazione di propaganda bellicista. Un controsenso, no?
I generali si lamentano della mancanza di soldi per l’esercito. Dicono che non ci sono fondi, che non abbiamo navi. Il ministro della difesa butta milioni di euro e poi si dice che non ci sono soldi.
Ma non le sembra un’assurdità mandare nella scuola pubblica gli ufficiali a fare lezioni di storia? Non ci sono già i docenti per questo?
Ma saranno preparati questi ufficiali? C’è modo e modo di rappresentare la Grande guerra. Mettiamo i puntini sulle “i”. Intanto non è stata una guerra di difesa. E io penso che un paese potrebbe scendere in guerra soltanto quando è aggredito. Non per aggredire altri paesi. Tutti sanno che nei colloqui prima dello scoppio della guerra l’Austria aveva promesso che ci avrebbe dato tutto. E invece l’Italia si lasciò tirare nel conflitto dagli alleati che ci promisero mari e monti. Questo dovrebbero dire gli ufficiali che vanno nei licei se non sono militaristi che fanno propaganda. Non fu la guerra di un paese aggredito. Per dirla in soldoni, l’Italia entrò in guerra perché pensava che si poteva ottenere più da una parte che dall’altra.
Gli alleati non ci diedero tutto quello che avevano promesso. L’Italia non ebbe quel bottino coloniale in cui sperava. Mussolini coniò al riguardo l’espressione “vittoria mutilata”. Da questo risentimento si creò in gran parte il fascismo, questo non dimentichiamolo.
Lo diranno nelle scuole? Diranno che il generale Cadorna ha provocato con la sua teoria degli assalti multipli centinaia di migliaia di morti inutili? Le dodici battaglie dell’Isonzo furono assolutamente inutili. Fra un attacco e l’altro gli austriaci si fortificavano sempre di più e vanificavano gli assalti. Tanto è vero che gli italiani non arrivarono a Lubiana come pensavano di fare.
E diranno che Cadorna lasciò morire di fame centomila prigionieri italiani in Austria? A differenza degli inglesi e dei francesi che mandavano attraverso la Croce Rossa pacchi di viveri ai prigionieri in mano del nemico, Cadorna proibì che si mandassero aiuti. Cadorna ha sulla coscienza non solo le centinaia di morti sull’Isonzo, ma anche i centomila prigionieri italiani nei campi di prigionia austriaci.
Se il ministro della difesa vuole fare della memoria della Grande Guerra uno spot militarista ha sbagliato il tiro. Fu un disastro in termini militari. O no?
Certo. E non fu neppure una guerra sentita per il semplice fatto che non eravamo aggrediti. Perché dovevamo andare a mischiarci in una guerra tra Francia, Germania e Austria? Nei processi per diserzione vennero passati in giudizio centinaia di migliaia di disertori. Un numero altissimo. Non è che ci fosse uno slancio patriottico come dicono.
Racconteranno nelle scuole le fucilazioni di massa dopo la fuga da Caporetto? Ne dubito. Anzi, sono certo che non lo faranno.
Vogliamo parlare del razzismo di cui era imbevuta la cultura degli ufficiali? I fanti, in gran parte contadini anlfabeti, erano considerati bruti animali da mandare al macello. O no?
All’epoca l’analfabetismo era a livelli altissimi, sopra il sessanta per cento. Erano perlopiù soldati non preparati. Gli ufficiali provavano rigetto per questo “materiale umano” che per la guerra non provava il benché minimo interesse.
Il volontarismo e l’interventismo furono un fenomeno minoritario, un movimento essenzialmente intellettuale che ebbe qualche riverbero solo in letteratura. Pensiamo a D’Annunzio. Il resto, il grosso della truppa, era semplicemente carne da cannone.
Vogliamo festeggiare la canea nazionalista?
Angelo d’Orsi
Storico – Università di Torino
Liberazione, 21 ottobre 2008
Il novantesimo anniversario della fine della Prima Guerra mondiale è stato poco ricordato in Italia; assai di più, altrove. Per esempio in Francia. Ma come? Non certo con parate e cerimonie, o con conferenze di generali; o concerti tricolorati. L’anniversario è stato l’occasione per convegni, pubblicazioni scientifiche, seminari; si è, insomma, colto il pretesto della data, per avviare ricerche innovative, per fornire nuove riflessioni, dare ulteriori approfondimenti rispetto al lavoro, sempre in progress, della storiografia. Che, sul conflitto 1914-’18, ha prodotto finora una enorme quantità di studi, ma, come sempre, davanti ai tornanti decisivi della storia, non cessa di produrne.
Anzi, su quella guerra che gli stessi contemporanei definirono “grande”, gli stessi oggetti e i parametri della ricerca sono andati radicalmente cambiando a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo, quando, in sostanza, si celebrava il cinquantennio.
Si cominciarono a scoprire le decimazioni, i processi sommari, la vera e propria guerra nella guerra che le gerarchie, a cominciare da quell’inetto pericoloso che fu Luigi Cadorna (comandante in capo fino all’autunno ’17, ossia alla rotta disastrosa di Caporetto), condussero contro la truppa: che, come è noto, era formata essenzialmente di contadini analfabeti, i quali sugli altipiani delle Tre Venezie si facevano ammazzare senza nemmeno sapere perché. Si studiò poi la vita (se vita la si può chiamare) di trincea: fango, pidocchi, fame, infezioni, epidemie, dissenteria… E la morte che si affacciava repentina, benché sempre attesa e temuta, portando via ogni giorno, ogni notte – con un colpo d’obice che cadeva all’improvviso sulle teste di quegli uomini che conducevano un’esistenza da topi – il suo bottino di sangue. L’atrocità immane, le carneficine, la pulsione distruggitrice che si scatenò sul Vecchio Continente, travolse non solo i corpi, ma le menti dei soldati, e spesso anche dei civili, che con quella guerra cominciarono a essere pesantemente coinvolti dalle operazioni militari.
Gli storici passarono dunque a studiare le malattie psichiatriche, i ricoveri coatti, dopo aver studiato le mutilazioni, e l’impossibile rientro nella cosiddetta “vita civile” dei milioni di smobilitati. Quella guerra fu un gigantesco trauma per l’Europa, innanzi tutto, ma non solo per l’Europa; lo fu nel suo inizio, ma lo fu anche nella sua conclusione, per gli strascichi di rancori e risentimenti, di problemi sociali ed economici, di difficoltà di renserimento per i combattenti, per l’abitudine alla violenza che dal campo di battaglia tracimò nel campo della politica, trasformando gli avversari politici in nemici militari, in «nemici interni», contribuendo in modo dec
isivo a una tremenda radicalizzazione e a una fortissima ideologizzazione dell’azione politica.
Ne nacque, certo, un nuovo, importante protagonismo delle masse, prima di allora, perlopiù, largamente inerti e subordinate, e che, dopo la guerra, oscillarono tra adesione ai socialismi e ai nazionalismi. Se la doppia rivoluzione russa fu il frutto “buono” di quel conflitto (a prescindere dalle sue inquietanti “deviazioni”), fascismo e nazismo ne furono i frutti velenosi: gli uni e l’altra, esempi di quel grandioso fenomeno di mobilitazione delle masse cui accennavo. Si aggiunga che l’Italia entrò in quella guerra con una piroetta diplomatica che ci trasformò da allora nei traditori per antonomasia (alleati all’Austria e alla Germania ci schierammo con la Francia, Gran Bretagna e Russia), ma soprattutto vi entrò contro la volontà del Parlamento, e dell’intero Paese, che non era affatto preparato: né tecnicamente, né economicamente, né sul piano dell’opinione pubblica, a gettarsi allo sbaraglio. Fu, come avrebbe notato un grande storico, Luigi Salvatorelli, un vero e proprio colpo di Stato del re Vittorio Emanuele III: la prima delle tante scelte sciagurate che condannarono la dinastia sabauda a finire nella spazzatura della Storia.
Madre di tutte le guerre moderne, quella guerra, che mostrò come si potesse realizzare tecnologicamente la morte di massa: con l’uso di gas tossici, da tutte le parti belligeranti; con battaglie di massa, condotte con armi per allora modernissime e potenti, che si risolvevano in mostruose carneficine; esempio eccelso degli effetti della “seduzione” che la guerra e la violenza resa giuridicamente lecita, o comunque tollerata, esercitano, anche nelle forme estreme: si pensi all’uso delle parti anatomiche strappate, recise, sottratte ai corpi dei nemici uccisi per farne dei simpatici gadget o souvenir da portare a casa, o intanto, da tenere su di sé, addirittura come portafortuna. E si pensi al vergognoso bellicismo di cui quasi tutti gli intellettuali dei diversi Paesi diedero prova, scrivendo pagine tremende, di cui forse avrebbero dovuto chiedere perdono; cosa che, naturalmente, non si sognarono di fare. Amiamo la guerra! , di Giovanni Papini, costituisce un esempio emblematico di quel «tradimento dei chierici» che anni dopo Julien Benda avrebbe denunciato, sulla scia di un altro grande intellettuale francese, Romain Rolland, che aveva invitato letterati e studiosi, artisti e scienziati a non cadere nella «canea nazionalista».
Fu insomma, quella «guerra interimperialistica», per usare la categoria di Lenin, anche l’avvio di una gigantesca “guerra civile europea” che sarebbe terminata nel 1945: la “seconda Guerra dei Trent’anni”, secondo molti studiosi. Come la prima, foriera di tempeste i cui effetti ancora gravano su di noi.
C’è dunque da celebrare? Difficile anche solo pensarlo, alla luce appunto delle conoscenze storiche: celebrare poi una “vittoria”, significa celebrare la “sconfitta” di qualcun altro; quel qualcun altro che magari oggi è nostro partner nell’Unione Europea o con il quale abbiamo scambi commerciali e culturali importanti.
Solo l’ignoranza arrogante e presuntuosa dei nuovi vertici politici delle nostre Forze Armate può spingersi a un tale traguardo: grottesco, innanzi tutto; ma altresì pericoloso.
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